L’artista non sceglie il suo momento di accesso alla linea storico-artistica né al momento di sviluppo di una certa tradizione artistica.
Nessun uomo ha la possibilità di scegliere il momento in cui inserire nel mondo la sua esistenza fisica.
Un artista è un uomo.
Giuseppe Livio non vive con indifferenza questa contemporaneità né come uomo né come artista.
lo non so se il periodo che ci è capitato in sorte di vivere sarà considerato dai posteri più o meno produttivo di grande cultura (non solo artistica ma anche politica nel senso più ampio) e se lascerà un segno indelebile nella storia. Ma è la nostra contemporaneità e con essa dobbiamo confrontarci.
Molti di noi, non artisti ma uomini pensanti, mal sopportano una realtà per la quale si parla anche di scomparsa della società sostituita da un’opinione pubblica pallida. Artificiale. Atomizzata. Non Opinione, scriveva qualche giorno fa Ilvo Diamanti, ma opinioni raccolte dai sondaggi, rappresentate dai e sui media. Più che opinione pubblica: pubblico, spettatori. Persone senza città. Non cittadini.
Assistiamo a fatti sconvolgenti e per non sentirei del tutto impotenti facciamo di tutto per potenziare al massimo un impegno di responsabilità personale che, sappiamo, non cambierà il mondo.
La storia della pittura, da parte sua, ha registrato nel tempo una costante attenzione alle cose della realtà ma intorno a questo problema e alle sue innumerevoli sfaccettature si discute ancora con grande passione ed esiti differenti. Il problema più volte dibattuto sulla scarsa incidenza dell’arte a modificare comportamenti umani e a proporsi come guida sociale sarebbe una presunzione culturale destinata ad inevitabili fallimenti.
Ha ancora un senso, quindi, l’arte?
Come uomo, l’artista vive la stessa frustrazione ma egli ha, a mio parere, uno strumento in più in quanto può visualizzare il suo urlo: di angoscia, di denuncia, di rabbia, di sconcerto nei confronti di chi, tecnocraticamente e in maniera pericolosamente efficace, distrugge la natura e manipola la struttura fisica e morale dell’uomo rendendoci, tra l’altro, un paese di stranieri in patria: individui poveri di relazioni, sempre più soli e impauriti, abituati a relazioni senza empatia dove gli altri sono folla e restano altri. Estranei.
Giuseppe Livio non si chiede se sia anacronistico affidare all’arte risposte sociali o comunque attive; crede nella possibilità di un’arte che, non rinunciando alle sue conquiste formali e concettuali, voglia confrontarsi con problematiche contemporanee. Per ciò utilizza la sua naturale predisposizione ad una pittura espressionista per rendere l’ansia del nostro tempo, per arricchirlo di possibili e per potenziarlo di significati.
E fa ciò in forma non passatista né nostalgica.
Come uomo giovane vive la forma del divenire veloce, senza respiro, quello che George Kubler paragona al rapido propagarsi del fuoco da un punto all’altro della foresta quando centri assai distanti tra loro ardono della stessa attività. Come artista, avendo creato e arricchito nel corso dei suoi numerosi viaggi un personale bagaglio culturale continuamente confrontato e messo in discussione coltiva, a mio parere, la solitudine come sua ossatura interiore; questa gli permette, da un lato di isolarsi, dall’altro di esporsi in maniera più recettiva; da un lato di salvaguardarsi proteggendo quasi la sua privatezza, dall’altro di riflettere per tradurre e produrre, esternandola e quindi esponendola, la sua esperienza emotiva nei confronti del mondo.
Se le rovine del paganesimo trasmettevano a Goethe un’emozione poetica alla quale si abbandonava, la preannunciata e continuamente sbandierata rovina del nostro mondo si traduce, nella produzione di Livio, in immagini forti, dure e di chiarate nella loro essenziale crudezza.
Egli si appropria (o forse, meglio, ne è contaminato) dei momenti drammatici della vita del mondo che spesso ci hanno fatto temere la scomparsa del futuro: questi , metabolizzati e filtrati dalla sua coscienza di uomo, diventano immagini interiori prima di essere tradotti in forme e colori stridenti e fortemente contrastati.
Sembra una novità (o è un anacronismo?): un artista che unisce in maniera indissolubile un contenuto forte ad una forma forte: non cambierà il mondo ma non lo fugge e vive la sua arte come esperienza formativa e comunicativa che non prescinde da un processo di pensiero e di azione né dalla riflessione e dall’autocritica. D’altronde il senso artistico presuppone l’elemento della cultura entro il quale lo spirito si può muovere con una particolare libertà. Per Hegel caratteristica generale della cultura è nel suo saper mantenere aperti dei punti di vista universali per ciò che è altro e diverso. Questo innalzamento all’universalità non è limitato alla cultura teoretica e riservato al comportamento teoretico di pochi in opposizione al comportamento pratico di molti: ognuno di noi quando sacrifica la particolarità all’universale compie un atto di cultura: chi si abbandona alla particolarità, scrive Hegel, non è colto: colui che si lascia andare alla propria ira cieca senza misura né proporzione manca di capacità di astrazione. Non riesce a prescindere da se stesso e porsi da un punto di vista universale dal quale potrebbe determinare il suo particolare secondo misura e giusta proporzione.
Il senso estetico di Giuseppe Livio è nutrito di senso morale e la sua pittura urla attraverso l’elemento cultura che svolge la funzione di esaltare la tensione e di renderla patrimonio di tutti.
Ecco: quando l’urlo non è fine a se stesso ma è una risposta alle nostre tragedie contemporanee sostanziata di cultura, si innalza all’universale e serve per continuare a vivere.