IMMAGINARIA un segno che incide la memoria

Antonio Vitale | IMMAGINARIA un segno che incide la memoria | 2019

Forse, impossibile.

Il segno recente ed incessantemente narrante di Giuseppe Livio, maturato all’ombra del suo domestico pergolato sull’Isola di Vulcano, si offre alla nostra lettura come luogo metafisico di una rivisitata agorà greca, ovvero come di uno spazio che, immerso in una natura antica e travolgente, diventa territorio deputato all’incontro tra persone disponibili, nella distrazione dell’isolamento, a scambiarsi apertamente idee e a condividere “strumenti” vari, tra i quali il sogno è sicuramente quello più perdutamente attrattivo. Si stabilisce, dunque, un continuo gioco delle parti per il quale l’Isola è un non-luogo, l’unico che specchiandosi nel suo primitivo mare si ritrova sempre identicamente vero come nella più emblematica delle immagini di un sogno. Esiste, dunque, un confondimento continuo di lettura delle strutture fisiche reali che suggeriscono l’incontro corposo, confuso e a volte senza meta, con l’immaginario.

Ecco come tra i dolci fumi di un virtuale vino offerto al banchetto degli Dei che il disegno di Giuseppe Livio diventa parola trasposta in segno, rubata alla datazione del tempo, nella quale ritrovarsi originariamente felici, abitanti privilegiati del giardino dell’Eden.

Livio interviene con tutti i mezzi, ideativi ed espressivi a sua disposizione, per piegare ad ogni tratto di grafite un pensiero pulsante che ci rende destinatari e connessi ad una profonda gioia per essere, comunque, cittadini del mondo e di ogni tempo, pronti a giocare liberamente il “gioco della vita”. Tale condizione di superamento ed emancipazione dalle ferite inferte dal quotidiano vivere rappresenta una posizione autonoma e privilegiata per l’artista che si articola e crea in forma varia, quale risultato di una ricerca intellettuale e di una più profonda conquista emotiva, figlia di un tempo che battezza di senso ciascuna opera e che incarta nel suo incessante procedere sempre nuova memoria, riuscendo a mantenere inalterata, nella tensione della narrazione, lo stupore nei confronti di una vita reale o, più ampiamente, verosimile. Vite sognate ed espresse al di là del limite come accade nell’opera dal titolo “Madre silente”, nella quale la figura femminile baroccamente protagonista, centrale e ieratica, procreatrice di nuova straordinaria natura, malinconicamente assiste, senza poter modificare il corso degli eventi, alla sfioritura della Bellezza, sua figlia, per mano dell’uomo.

La realtà non è più che un filtro del mondo interiore dell’artista. Livio si avvia a percorrere i sentieri intricati di un simbolismo arcaico e fantastico e racconta nelle sue opere su carta l’eco delle sue sognanti fantasie o tangibili paure, con insolite figure dai volti trasfigurati immersi in una natura incessante e a volte improbabile negli avvicinamenti. Tutto questo è l’evidente grido di una coscienza in movimento che non vuole, né sa, restare ancorata ai vecchi ideali e che con slancio intraprende vie di radicale evoluzione e singolarità. È altresì palese come l’inquietudine, il disincanto e l’insicurezza del nostro tempo coetaneo conducano Livio a quel sentimento d’evasione, che si traduce e caratterizza i suoi temi segnici e pittorici di questi anni, nei quali l’interesse per un segno dal sapore formalmente primitivo ne è l’aspetto peculiare.

Ecco ritrovarci nell’opera dal titolo “La Montagna”, nella quale il monte è un elemento potentemente iconico che in virtù del suo strutturarsi maestoso verso il cielo è considerato in molte religioni la dimora del Dio invisibile dal quale la salvezza può arrivare o, come nella mitologia greca, lo spazio dove gli Dei abitano o ancora, come nella lettura biblica, il luogo dove Dio si rivela e fa udire la sua voce. Luoghi, questi, resi da Livio familiari grazie ad un’originale associazione tra reale e non meglio definito, tra il vulcano Etna, il monte Olimpo e il monte Sinai-Oreb. La sua “montagna”, quale materia viva, è integralmente coperta da una natura che veste la pelle di un animale preistorico che allude alla smisurata lunghezza del tempo della Storia che sempre si rinnova. Di un tempo così smodatamente dilatato che sembra abbia dimenticato la presenza dell’Uomo sulla Terra, collocandolo in una parentesi marginale della propria esistenza. Il “monte” così, solo apparentemente desertificato, sul quale piovono, copiosamente, singolari meteoriti dalla forma ovoidale, come di embrioni che suggeriscono nuove forme di vita, diviene parte di uno spazio universale e futuribile.

Ciascuna opera diventa per Livio un terreno fertile per poter sondare la consistenza del suo messaggio creativo, fisico e mentale in un mutevole e vario rapporto partecipativo col fruitore. Una tale circostanziata missione non può non considerare la “Luce” come un elemento fondante ed imprescindibile della propria struttura testuale. Per cui nei suoi grandi disegni in bianco e nero, non solo tutto ciò che è bianco diventa la traduzione della luce ma, secondo una personale articolata grammatica, diventa misteriosamente luce anche tutto ciò che declina diversamente il nero, da buio totale a plumbeo scenario, fino alla più sottile velatura di grigio. La luce conduce inevitabilmente alla scoperta della poesia impressa nella “cose”, nei suoi valori più puri e genuini, spogliandola da ogni inutile o roboante sovrastruttura. Giungiamo dunque, nelle sue opere in mostra, al rifiuto di una realtà apparente e, al di là del dato naturale, alla ricerca di misteriosi, profondi e personali significati a cui il suo mondo disegnato e sognato, che prepotentemente allude ad un’umanità possibile o perduta, possa generosamente rispondere.

Il segno impresso nelle sue opere non soffoca ma avvolge, ed incessantemente libera l’organizzazione della spazio delle grandi carte supporto utilizzate stabilendo nella convulsione della verbosità dei segni un diverso spessore del racconto il quale diventa, grazie a questo modus scribendi, una nitida stesura capace di descrivere in maniera capillare un paesaggio solo immaginato, eppure così reale, del quale è possibile interpretare e cogliere ogni componente: i suoi sottili suoni ed i suoi nascosti profumi, fino alla percezione molecolare della consistenza dell’aria. Le opere, dunque, seppur inserite all’interno di una complessa architettura del segno narrante trovano dei minimi sentieri di rasserenamento che, scegliendo di allontanare il segno, conferiscono grande freschezza e rigore espressivo alle singole scene; sono, poi, i vicendevoli incontri di stesura di nero su bianco e di bianco su nero ad affermare la potenza del ricco fraseggio utilizzato. Il colore del nero, in particolare, ha un ruolo principale perché, a seconda dell’utilizzo, serve a rallentare, o ad accelerare, il ritmo della scena, ovvero stabilire in maniera puntuale il tipo di vitalità, o intimità, che l’opera deve suggerire allo sguardo attento o frettoloso del fruitore più diverso.

La rugosità del segno sull’epidermide del supporto contribuisce allo svelamento del mistero dell’uomo e dei suoi celati pensieri, affermando il disegno come luogo principe della comunicazione e strumento concreto per lo sviluppo che attiene alle arti visive in generale, e alla quotidianità di ciascuno in particolare. Inoltre il percorso corposo del segno, nelle opere di Livio, rivela quasi una matrice di materia che articola uno spazio in movimento oltre la superficie del foglio, consentendoci di percepirne il respiro.

Segno come graffio, graffio come natura violata dalla brutale azione dell’uomo che, non curante del dono della vita, mortifica mare, terra ed aria tentando di consegnarle al futuro viziate da un nauseabondo deserto di rifiuti e di plastica. L’opera “Plastic killer” diventa così una grande icona di un universale messaggio ecologista con il quale Livio esorta ciascuno di noi a deporre le armi della violenza perpetrata a suon d’inquinamento per riappropriarci di una dimensione più rispettosa delle risorse a nostra disposizione, che renda sostenibile il presente ed ipotizzabile il futuro.

“Immaginaria” è idealmente un grido di denuncia, confinato dentro una bottiglia navigante nel mare incerto dei nostri giorni – come quello inquieto e capriccioso dell’opera dal titolo “Come gocce di mare” – consegnato all’incertezza di un porto, ma con la speranza che le istanze preoccupate ed allarmate di tanti come Livio sappiano tradursi in una rinnovata presa di coscienza, in una vivificante etica del fare, per fare del nostro Mondo un luogo migliore.

Dunque, possibile.

Catania, 24 Agosto 2019

Vuoi maggiori informazioni?

I miei riferimenti

Seguimi sui social

Compila il form