In principio era il fine: l’inizio di ogni ragionevole dubbio.
Ecco, incominciamo da qui e, per non perderci nulla della lettura di questo “libro”, apriamo la pagina sul nuovo trovato studio pensatoio di Giuseppe Livio. Situato in un piccolo paese della Sicilia orientale, che guarda il suo imponente “Monte” e respira appieno i profumi del vicino mare, si affaccia su una strada dalla tipica pavimentazione in basole di pietra lavica capaci di far risuonare il passaggio di ogni singolo passo, e si articola tra stanze che si seguono l’un l’altra ampie e colme di ogni cosa, all’ombra d’un lussuoso agrumeto e di una sottile chiesa di paese a doppio campanile, presente e rassicurante nel contempo. In questo mondo senza tempo, fatto a misura del quotidiano della vita vissuta dai nostri nonni, prendono corpo le ultime opere di questo eclettico artista: uomo di mestiere e di estro.
Accade dunque che chi conosce il percorso artistico di Livio non possa rimanere estraneo nel cogliere i suoi diversi umori espressivi, vari per natura e misura e tali per cui ogni tematica affrontata risulta sospinta da un’innata curiosità che lo caratterizza e lo porta a cercare tra frenesia ed euforia il suo naturale momento creativo, catartico e liberatorio, eloquente e fortissimo, lacerante e riparatore. Le sue opere nascono da depositi mentali precisi e tali per cui le storie in esse espresse hanno un valore distratto dal solo valore estetico, essendo invece permeate da un significato di testimonianza, di memoria o meglio di tutto ciò che potrebbe essere “verosimilmente memoria”, dunque, con una vocazione tendente al memorabile.
Tutto ha inizio alla fine del 2015 con il grido disperato dell’opera “Transfer_01” che scopre una ferita che deriva dall’irrequietezza del vivere del suo protagonista, non sempre legata al suo personale vissuto quanto invece all’innata eredità di atteggiamento nell’affrontare i temi e i problemi del quotidiano e da lì muove, con pennelli, grafite e colori, i suoi sonori passi. Racconta la storia del nostro tempo attraverso l’uso simbolico di alcune immagini per cui l’archetipo della “mela” protagonista indiscussa in molte sue opere, la cui forma a volte veste anche la pelle di un’arancia, indica l’origine della vita al di là dei confini del Giardino dell’Eden e produce, soprattutto in questi ultimi lavori, un superamento, uno svincolamento iconografico dell’immaginario grazie al sopravvenire sulla scena di singolari presenze, alchemici innesti tra uomo ed animale, dalla spiccata estrazione gnomica o fantastica, mitica o citazionista, ma sempre e comunque di forte incisività.
Sembra che sotto i convulsi e ripetuti segni della sua matita prendano forma alcuni personaggi che potrebbero muoversi con disinvolta appropriatezza tra le pagine senza soluzione de “La metamorfosi”, se non fosse poi che una manzoniana “Provvidenza” non giungesse in aiuto e offrisse loro una possibilità di salvezza, di fuga da “le quattro ben note pareti” di quella ormai sempre più piccola stanza in cui il Gregor, protagonista del racconto di Kafka, svegliatosi dopo una notte dai sogni inquieti, si trovò imprigionato, costretto a vivere l’assurdo di una condizione in una logica di inesorabile. Parliamo dell’opera “Transfer_15”, nella quale il riconoscibile protagonista indossa la corazza di un carapace e ritratte le mani, come si farebbe con i remi in barca, affronta il suo esodo, attraversa il suo deserto, traghettato da un Caronte che ha le fattezze di un oblungo e non meglio precisato animale dai denti aguzzi, dal corpo segnato e “carco nella sua magrezza”: il LoLeLu, una miscellanea tra quella Lonza, quel Leone e quella Lupa che Dante incontra nel suo Inferno e la cui vista “non sì che paura non mi desse”. Tutto scorre, tutto passa, tutto è mutevole e in lento movimento, tranne per quel piccolo uomo di nera grafite, fisso lì alla terra come un chiodo, che guarda l’orizzonte, “al di là della siepe” e trova riparo sotto il suo ombrello, ma non dalla pioggia quanto dal sole, affinché questo non lo bruci ma lo riscaldi: lo illumini, senza mai accecarlo.
Giuseppe Livio da questa posizione formale supera il segno del nero sul bianco e con un lavoro rinnovato nel senso intreccia una personale grammatica figurativa con una sintassi di “fisicità” immaginarie, mitiche, primitive, metaforiche, ricche di impulsi e dalla vivida spigliatezza coloristica. Elementi questi di non facile acquisizione, se non dopo un’intensa attività pittorica. Una dimostrazione eloquente la si ha nella serie di dipinti oscillanti tra “Transfer_ 04” e “Transfer_16”. In queste opere la geografia della composizione presenta una ritmica sincopata e alludente talvolta alle maschere Afro di “primitiva” genesi, mentre il contrasto tra le figure si gioca tutto nel simbolismo del colore: bianco come attesa, rosso come passione-ardore, azzurro come distrazione-evasione, verde come elaborazione, giallo come liberazione-esplosione.
Livio spinge la pittura fino al punto in cui lo sguardo dell’osservatore e quello del soggetto ritratto si incontrano nel nervosismo, nell’isteria, nella convulsione dei segni, come accade in “Transfer_05” e “Transfer_07”. In queste e in altre opere la centralità non solo degli sguardi, ma di tutto il viso, è attraversata da tensione e tumulto. Una misteriosa forza distruttrice e catalizzatrice pervade i suoi ritratti suggeriti dal mondo reale e tradotti, attraverso la piegatura di un segno o di una pennellata, in “intensità della percezione”.
Il suo raccontare non ha niente di solo piattamente illustrativo, cerca nella saturazione dello spazio di un telaio la costruzione di architetture complesse, traboccanti di imprevisti formali e valori cromatici. Questo raffinato e sottile senso del dissonante libera le sue opere da esiti prevedibili. Le sue “costruzioni” che incedono per sintetismi multipli, varianti da forme analizzate in un gioco spesso solo bidimensionale che non si concede al piacere della canonica prospettiva, scrivono il suo personale “manifesto”; di colui il quale vuole rimanere eccentrico rispetto ai luoghi degli stereotipi e in tal modo stigmatizzare un’iconografia emblematica e nel contempo diretta e senza filtri.
Svelare taluni significati per svegliare gli appetiti dal sonno della noia dei nostri giorni, o forse stabilire un nuovo inizio?
In principio era solo silenzio: uno spazio in cerca del suo vuoto.