Le opere di Giuseppe Livio nascono da depositi mentali precisi e tali per cui le storie in esse espresse hanno un valore distratto dal solo valore estetico, essendo invece permeate da un significato di testimonianza, di memoria o, meglio, di tutto ciò che potrebbe essere verosimilmente memoria, talora con una vocazione tendente al memorabile.
Da questa posizione formale l’artista supera il segno del nero sul bianco e, con un lavoro rinnovato nel senso, intreccia una personale grammatica figurativa con una sintassi di fisicità immaginarie, mitiche, primitive, metaforiche, ricche di impulsi e dalla vivida spigliatezza coloristica. Elementi, questi, di non facile acquisizione, se non dopo un’intensa attività pittorica. Livio spinge la pittura fino al punto in cui lo sguardo dell’osservatore e quello del soggetto ritratto si incontrano nel nervosismo, nell’isteria, nella convulsione dei segni minimi. In queste e in altre opere la centralità non solo degli sguardi, ma di tutto il viso, è attraversata da tensione e tumulto. Una misteriosa forza distruttrice e catalizzatrice pervade i suoi ritratti, suggeriti dal mondo reale e tradotti, attraverso la piegatura di un segno o di una pennellata, in una profondità di visione.
Da qui lo sguardo di Livio diventa lungo ed il respiro delle sue pennellate si fa lento e si fa acqua, ed accarezza l’orizzonte espressivo della serie “Pigrecoerrequadro”, ovvero un modo per parlare del Mito che abita non solo le Isole Eolie, ma tutto il Mediterraneo, e da questo punto di osservazione pensare al mare come congiunzione naturale tra tutti gli approdi possibili, a qualsiasi latitudine e in qualunque tempo di osservazione. In queste opere è possibile scorgere un’espansione di creatività che Livio ha “confinato” al di qua dell’infinita linea di un’immaginata magica circonferenza la cui area, pigrecoerrequadro per l’appunto, rappresenta l’alchemico luogo in cui il pensato condensato in segni e colori diventa spazio possibile, verosimile. Vero (?).