Mi piace vivere nel e con il tempo e indagarlo. Amo la contemporaneità che mi è stata data da vivere nel bene (la tecnologia avanzata) e nel male (la tecnologia avanzata).
Vi siamo immersi, la viviamo soffrendone o godendone e cerchiamo risposte tra le infinite immersi, la viviamo soffrendone o godendone e cerchiamo risposte tra le contraddizioni che qualificano il senso della vita. Di ogni tempo. Per ciò non la si può giudicare. La si vive.
Danza la vita tua, al ritmo del tempo che va… canta Angelo Branduardi.
Giuseppe Livio cerca il suo ritmo. Personale, esteriore/interiore, indipendente dalla simpatia di un pubblico o di un mercato cui ammiccare per ottenerne il consenso. Ed anche io.
L’idea di pensare al tempo/ritmo come movimento che regola ogni nostra azione a cui spesso non prestiamo attenzione – mi piace.
Il ritmo si svolge attraverso la vita. È vita.
Oggi la cronobiologia si dedica allo studio dei ritmi della vita: io mi chiedo quale sia il ritmo della nostra contemporaneità. Le notizie degli ultimi mesi mi fanno immediatamente pensare al ritmo binario sincopato del ragtime, non tanto per le meravigliose note di Scott Joplin che, indimenticabili, riecheggiano ancora nelle nostre orecchie, piuttosto per il significato del termine inglese: tempo stracciato, tempo a brandelli. Ma da ottimista ad oltranza ed in contrapposizione ad un indiscriminato quanto generico senso di malessere, io cerco di individuare, nell’irrequietezza spirituale, mentale e artistica, nelle contraddizioni e negli eccessi – sempre nuovi e imprevisti un tempo quattro quarti. È un simbolo del tempo e lo immagino come colonna sonora di quel disperato bisogno di normalità, come etica che affiora in ambiti anche inaspettati e nel quale ci si incontra e ci si riconosce.
Il ruolo di storico che rivendico, e che mi consente uno sguardo orizzontale, indispensabile per acquisire e registrare dati, mi fa incontrare continuamente persone-individui-artisti che coltivano, ancora nel 2012, una sorta di sistematico ostruzionismo intellettualisticamente ben congegnato, un proprio stile di vita e di cultura, attraverso il quale confrontarsi con il mondo e con se stessi, e che concretizzano in innumerevoli realizzazioni. Permane anche nel nostro tempo l’idea di crescere attraverso e con un pensiero che cerca forma. Di qualsiasi tipo. La cultura nella vita non è un concetto obsoleto e, nell’arte si manifesta o con un rinnovato desiderio di pittura o con la ricerca di una oggettualità autonoma.
Giuseppe Livio, incurante della problematica Giuseppe Livio, incurante della problematica del non luogo prodotto della surmodernità, cerca il suo luogo, la sua isola sulla quale un soffio benefico e lenitivo aleggia. Mi viene naturale dedicargli alcuni versi di Elsa Morante: “Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra,/ fu tutto./ E non sarà mai rubato questo tesoro./ Ai tuoi gelosi occhi dormienti./ Il tuo primo amore non sarà mai violato”.
Avendo creato e arricchito nel corso dei suoi numerosi viaggi un personale bagaglio culturale continuamente confrontato e messo in discussione, egli coltiva – a mio parere – la solitudine come sua ossatura interiore; questa gli permette, da un lato di isolarsi, dall’altro di esporsi in maniera più recettiva; da un lato di salvaguardarsi proteggendo quasi la sua privatezza, dall’altro di riflettere per tradurre e produrre esternandola e quindi esponendola, la sua esperienza emotiva nei confronti del mondo. La sua naturale predisposizione ad una pittura espressionista si è soltanto all’apparenza addolcita.
Se prima il suo urlo – di angoscia, di denuncia, di rabbia, di sconcerto – era rivolto al tempo del mondo ora sembra, seppure smorzato, rivolto al suo tempo privato. Nella sua isola cercata e trovata può respirare un’aria diversa che non esito a definire arcaica, a giudicare dalla silenziosa e rarefatta atmosfera delle sue opere più recenti. Le donne dei ritratti che per la loro essenzialità, definirei metafisici e poetici evocatori di antiche e misteriose magie, non sono deformate dolorosamente e non hanno neanche colori stridenti e fortemente contrastati. Ma anche quando sembra volerli inserire in rasserenanti paesaggi reali attraverso il chiaro suggerimento di particolari quotidiani, rimangono principalmente immagini interiori. Problematiche. Inquietanti.
E il segno sempre sintetico e piuttosto duro non indulge ad alcun abbellimento anzi serve a scandire una pittura scarna e anche priva di materia. […]
Il tempo quattro quarti è un simbolo del tempo, si diceva. In esso la differenza fra una parte forte ed una parte debole è molto meno accentuata rispetto alla forte contrapposizione tra i ritmi – regolare/ossessivo/vario/sincopato – (peraltro piacevolissimo all’ascolto) delle composizioni ragtime. Il tempo quattro quarti produce un ritmo molto naturale, semplice, regolare ma ricco di variazioni: non lento, non banale, non monotono né monocorde, quindi, ma neanche strappato e a brandelli. In accordo con i ritmi cosmici. La sua esecuzione, come è stato dimostrato, induce sensazioni rassicuranti (non apatia e sfiducia) nella maggior parte di chi lo ascolta.
O lo vive.