Cenere. Siamo perdutamente figli di un vulcano che respira.
In un mondo che a fatica è capace di ritagliarsi centri di equilibrio etico, i segni diversamente e variamente neri di Giuseppe Livio sembrano offrirsi alla nostra lettura come luoghi fuori dal tempo e rigogliosi di graffianti stranezze, capaci di riflettere il desiderio del riaffermarsi dei sentimenti rispetto alla distanza dell’indifferenza.
La vicenda artistica di un pittore rispecchia le avventure del suo spirito, le affermazioni delle sue ricerche, le geografie delle sue intuizioni, a volte ostinatamente polarizzate per lungo tempo verso un medesimo confine fino a metterne a nudo le radici e l’essenza, che poi magicamente riaffiorano alla superficie del suo interesse, per continuare in tutt’altra direzione, perseguendo un orizzonte che ha una sua logica interiore, una sua ragione profonda, un suo specifico e ben preciso tempo d’espressione.
Per Livio, infatti, dopo la materia e il colore, è il tempo del segno, vario per forma ed intensità, ma solo segno, di un racconto senza filtri. Noi siamo oltre il calore calante di ceneri ormai definitivamente combuste di una quotidianità iperconnessa e sempre meno incline all’incontro, siamo il futuro acerbo dei nostri sogni, oltre che il perdurato presente delle nostre fragilità, antiche e nuovissime.
Con questi presupposti Livio combina, con il suo conquistato bagaglio di vita, il contenuto delle proprie radici, innervate dalle emozioni che la storia delle esperienze intreccia, con lo straordinario fascino isolano dei luoghi.
Stabilire di leggere il suo lavoro nella direzione del simbolo o in quella della metafora può risultare significativo o illuminante nella comprensione della sua espressione artistica. Se infatti i simboli, secondo una lettura psicanalitica, non vengono costruiti consciamente, le metafore, invece, sono il risultato di un gioco d’intenzionali e sartoriali spostamenti. Sicché potrebbe sembrare che la decisa definizione grafico-formale delle sue opere faccia apparire determinante il momento della metafora, mentre invece una lettura d’insieme evidenzia la lenta mobilità e ripetitività di talune figure, come ad esempio l’elefante simbolo di forza, potere, longevità, saggezza, o il topolino icona di una piccolezza straordinaria e disarmata dinanzi alla grandiosità di una natura tutta; mare, terra, o cielo che sia.
La percezione di questo andamento evidenzia come la narrazione, posta in essere in questi ultimi lavori, impronta un originale percorso verso la manifestazione di simboli profondi e nella direzione di un progressivo svelamento di significati. Alcuni elementi vanno evidenziati principalmente: il gioco delle simmetrie e dell’allineamento degli sguardi, la rappresentazione della solitudine o della pluralità, il valore del corpo
qualunque e degli atteggiamenti in cui esso è impresso ed espresso attraverso una corporeità tutta animale come rappresentazione di ogni animalità, anche umana.
Nel suo lungo percorso artistico Livio, come pochi, ha saputo difendere le ragioni di una pittura estremamente consapevole delle proprie risorse attraverso l’esaltazione di una materia pittorica che scopre il fascino del colore, ma che in queste ultime opere afferra il nudo segno ed esalta la profondità dei neri sul bianco, di una narrazione che è per questo ontologicamente notturna, mediante un racconto serrato di stimoli visivi che incrociano realtà, sogno e natura. In ragione di questo orizzonte poetico prima, ed espressivo poi, le sue immagini si conformano in modo compresso e densissimo, talora al limite di una segnica convulsamente barocca versata nella campitura degli spazi, dei corpi, della natura, delle cose. Al limite della verità. Ai confini della nostra conquistata percezione.
Ogni opera, per atmosfera, fa parte di un ciclo tematicamente omogeneo, ma nasce e cresce nella consapevolezza degli occhi di chi sa e vuol vedere avendo riguardo della propria indipendenza ed autosufficienza, come di un capitolo compiuto in sé, capace, però, di trovare riscontri ulteriori nei tempi scanditi dalle pagine degli altri capitoli. Tredici opere soliste in cerca del proprio, senso, unicum.
Gli stimoli iniziali per le sue opere gli sono stati per lo più offerti da un paesaggio calpestato ogni giorno dai suoi passi e ombrato dai suoi pensieri, di luoghi unici e di fuoco, al colore di cenere di vulcani attivi o dormienti che echeggiano tra il monte Etna e l’isola di Vulcano. Sono i territori del mito che catalizzano le energie degli uomini di sempre, di tutti; di chi rimane eternamente fermo, pensoso, nei propri domestici luoghi, impietrito come lava, e di chi viaggia, fiero, e si muove libero spinto dal vento della storia. Ecco come Livio afferra queste condizioni proprie dell’andare dell’uomo attraverso i suoi giorni e ci regala i suoi sogni, i suoi notturni, i suoi cieli, i suoi meta-animali, secondo uno spartito stilistico che non possiamo non riconoscere come neo-romantico. Con queste opere l’artista, con intuito da poeta, approda sulla spiaggia del nostro tempo, e la sua “arca” ritrovata ci svela un paradiso presente, prima di questo momento, solo immaginato. Come una frattura disegnata sulla corteccia della nostra memoria quello che ci si presenta, opera dopo opera, è qualcosa d’intimamente vivo; si delinea, si racconta, e afferma l’incredibile forza di una natura sempre madre che senza pudori scruta i lenti ma continui moti di un tessuto vivente di un microcosmo nascosto, nel quale sono cuciti i destini semplici di tante singolari creature.
Grandi elefanti leggeri come farfalle, farfalle eleganti come cigni, giraffe barbute che portano sulla propria pelle la mappa di una prolissità di isole del tesoro, rinoceronti sornioni come gatti e gatti impietriti nella posa di uno scatto fotografico, topi curiosi come scimmie e scimmie dallo sguardo umano. Una animalità che, sotto la luce rassicurante di apotropaiche figure intrise di solo bianco come mirabili camei scolpiti dalla memoria, diventa un’umanità diffusa, che ricorda le proprie fragilità e che nella sinuosità avviluppante della geografia di un serpente avverte e ricorda le proprie paure, infrange il limite delle proprie curiosità, scrive il proprio irripetibile presente.
In questo gioco compositivo, che accoglie nel contempo le regioni concettuali e quelle immaginative e che potrebbe variare all’infinito, il segno di Livio s’addensa e diventa volume, s’infiamma e traduce luce, acquista corpo e sapore disegnando l’affresco mutevole del suo più intimo pensiero.
Ceneri. Siamo sempre inizio di un’idea che brucia.